L’Avenir – Sospendere il Tempo e riscoprirne la Fragilità [Con Intervista al Regista]

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L’Avenir – Sospendere il Tempo e riscoprirne la Fragilità [Con Intervista al Regista]

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Parigi, proprio quel giorno che non possiamo dimenticare. Una delle grandi tragedia dell’umanità dell’oggi fa da introduzione ad un storia ben più specifica, così emblematica, però  da rimandare a riflessioni su un’intera generazione.

Un giovane italiano, scampato per caso, per pochi istanti e pochi metri all’attentato, torna di corsa a casa: lì ritrova la fidanzata che, se la tragedia non fosse accaduta, non sarebbe mai stata ad aspettarlo.

Così, un elemento profondamente tragico costituisce la base per 15 minuti di necessaria sospensione: due giovani ricominciano a parlarsi davvero, dopo troppo tempo passato a rincorrere la fretta e la disillusione.

L’Avenir si sviluppa in una casa qualunque, che sa diventare un qualcosa di quanto mai emblematico. Due protagonisti riempiono un breve tempo di grande intensità, ricordandosi tra loro, riscoprendo la necessità di vedere nel tragico la giusta epifania per intervenire, nel loro piccolo, in un mondo che non riconosce più i volti che trascura.

E uno short-film prodotto da Giuseppe Marco Albano e Angelo Troiano, per Mediterraneo Cinematografica, giovane società di produzione, ma già vincitrice di un David Di Donatello, in coproduzione con Gilda Film, che vede la partecipazione di Francesco Lattarulo come produttore esecutivo, distribuzione Premiere Film.

Nella sua recente storia questo cortometraggio ha già raggiunto importanti risultati: fa parte dei film selezionati dalla FICE , ha ottenuto la qualifica ufficiale a Film D’Essai ed ha debuttato a fine novembre 2017 al Rome Independent FF, dove ha vinto il Premio Rai Cinema. Ha inoltre vinto il Premio Cinema Campania.

Ma, per rendere giustizia a questa piccola opera dall’importante valore, per ricordarci come il cinema nel suo piccolo, in un istante, può darci chiavi che spesso sfioriamo dimenticandocene, eccoci qui con un’intervista al regista, poetico Luigi Pane.

1) Ciao Luigi, grazie per questa splendida possibilità di condivisione. L’Avenir mi è sembrato un breve ritratto della gioventù di oggi, nel senso del timore e della passione presenti in essa, e nel rapporto con un mondo sempre più incerto. Eppure è proprio la tragedia umana nella quale i due protagonisti si ritrovano a permettere loro di riscoprirsi. Pensi sia necessario quindi capire la fragilità del mondo di oggi per capire l’amore ed il bisogno di crederci?

“Più che per capire la fragilità del mondo, io credo che oggi l’amore sia il grande strumento per affrontare la fragilità del mondo. La stragrande maggioranza delle generazioni nate negli anni ’80, compresa la mia, hanno subìto un grande inganno: sono state educate e preparate ad affrontare un futuro che poi non è mai arrivato. E oggi dunque noi ci troviamo fermi e spaesati in un presente che non riusciamo a comprendere, nostalgici verso un passato che non può più tornare, spaventati da un futuro che avvertiamo come una minaccia. Rino e Sophie, i protagonisti del cortometraggio, sono esattamente lo specchio di questa situazione. Ragazzi di due nazionalità e due estrazioni sociali diverse che si amano, e cercano una soluzione per riuscire a costruire una vita insieme, ma non ci riescono. Le incertezze e precarietà del mondo esterno hanno stancato la loro relazione, smarrito i loro sogni, tradito i loro sentimenti. Capiranno, durante la terribile notte degli attentati a Parigi del novembre 2015, che se è il fuori il problema, un fuori terribile e incontrollabile, allora l’unica soluzione è usare il dentro, i sentimenti, l’amore come strumento di offesa per aggredire di soppiatto questo fuori nemico e lanciarsi con vigore a conquistare il futuro. La rivoluzione deve nascere soprattutto in noi stessi.”

2) 15 minuti praticamente in un solo luogo. Tante emozioni da ritrarre. Come hai costruito registicamente una varietà di conflitti, sentimenti e riscoperte in un così breve tempo ed in un solo spazio?

Lo spazio quasi unico dell’ambientazione mi ha aiutato nella messa in scena, perché grazie ad esso, ovvero una casa in fase di ristrutturazione, sono riuscito a rappresentare al meglio ed istantaneamente la metafora del nostro presente: un ambiente incompleto, dove ci si deve muovere con attenzione e dove c’è tanto lavoro da fare per dargli una forma. Mi sono molto aiutato con i movimenti di macchina. Per fare entrare subito lo spettatore nel mood della storia ho usato in apertura un descrittivo piano sequenza dove la macchina da presa si muove nervosa e alla deriva in un campo spesso vuoto, a sottolineare il senso di pericolo che subito incombe nella storia e sui personaggi, oltre i tanti elementi che scopre di volta in volta il suo occhio. Ho avuto due attori straordinari, Antonio Folletto e la francese Charlotte Verny, che mi hanno regalato primi piani intensi nei momenti di massima emozione che richiedeva la sceneggiatura a cui ho lavorato molto intensamente, spesso insieme al mio amico Pierluca Di Pasquale, perché il percorso emozionale dei due protagonisti doveva essere ben calibrato, mai scontato, e soprattutto non volevo che gli attentati fossero la trama principale del film. Ci tengo molto a dire questo: il film non è un resoconto di quella triste notte, ma la storia d’amore di due giovani che lottano per il proprio futuro nonostante quella notte. Si procede dunque in un crescendo di emozioni, di confronti serrati tra i due ragazzi scordandoci quasi ad un certo punto di cosa sta accadendo fuori, fino ad una rivelazione finale che svela tutto o rimette tutto in discussione. Dipende dai punti di vista. Solo per l’ultimissima scena, che è stato molto emozionante girare, ho deciso di cambiare completamente stile registico e narrativo, ma non ne parlo altrimenti svelerei troppo.

3) Il mondo nel caos. Un casa dove 2 protagonisti rallentano il tempo. L’avenir vuole forse dirci che dobbiamo fermarci tra noi, smettere di subire la fretta, per trovarci?

In un certo senso si. Il tempo è qualcosa di irrefrenabile, che scorre in maniera inesorabile e incontenibile. Non possiamo certo controllarlo ma possiamo imparare ad usarlo, non facendoci usare da lui. Lessi una volta una frase di qualcuno che diceva “La cattiva notizia è che il tempo vola. Quella buona è che sei tu il pilota”. Dobbiamo ribaltare lo specchio, prendere coscienza che possiamo essere noi i protagonisti e gli autori del nostro film. Il tempo è solo un paletto, sappiamo che la sceneggiatura che dobbiamo scrivere non potrà superare una certa durata, ma la trama la scegliamo noi.

4) Tornando alla regia, davvero molto coinvolgente! Mi è sembrata molto forte di una poetica del volto: tanto che nella scena in cui la ragazza rilegge la poesia che le fu scritta dal protagonista (che proprio del volto di lei parla), abbiamo una fortissima scena fissa sul volto di lui. Che tipo di rapporto c’è tra questa poetica e la riscoperta necessaria che i protagonisti hanno di loro stessi?

Mi ha sempre affascinato la poetica del volto al cinema. E amo moltissimo tutti quegli autori che hanno fatto di essa un marchio distintivo dei loro lavori, uno su tutti Bergman. Anche nel mio cortometraggio precedente, Black Comedy, il volto e le sue espressioni hanno avuto un ruolo fondamentale. Il volto è il tratto più espressivo del nostro corpo, quello che più cela o svela sentimenti ed emozioni. Quindi, quando proprio di emozioni si vuole parlare, specialmente di scambio di sentimenti tra due individui, non c’è niente di più bello ed affascinante del volto umano per poterle raccontarle al meglio.

5) Il cinema italiano. Questo corto ha un grande impatto sociale nella scelta del luogo e dello specifico avvenimento in cui è contestualizzato, ma anche un grande impatto umano nel messaggio. Secondo lei cosa dovrebbe mostrarci il cinema italiano della sua Italia di oggi?

In questi strani tempi che viviamo, fatti di rapidissima crescita tecnologica a cui non corrisponde purtroppo una paritaria crescita culturale, io credo che il cinema italiano, ma un po’ in generale quello europeo forse (il continente oggi, a mio avviso, con più crisi identitaria), debba incuriosirci a formulare delle domande, domande nuove, e spronarci a cercare delle risposte. Ultimamente, io che vado al cinema quasi due volte a settimana, ho visto davvero bei film italiani. C’è solo un problema. Che vorrei vederne di altri! In Italia si fanno troppi pochi film. Ci vorrebbe un’industria più aperta ed attenta soprattutto verso i nuovi autori. Senza assolutamente voler mettere da parte i grandi ed affermati registi che abbiamo e di cui continuiamo ad avere un gran bisogno, sono certo che il cinema italiano acquisterebbe notevolmente identità e qualità se a farlo fossero soprattutto gli autori che vivono nel fiore degli anni il nostro tempo. Sboccerebbero rigogliosi fior fiori di film.

 

Fonte: http://www.artesettima.it/2018/03/07/lavenir-sospendere-il-tempo-e-riscoprirne-la-fragilita/